Quarant’anni e non sentirli. Slow Food spegne le candeline con lo stesso spirito con cui è nata: difendere il piacere della tavola, ma con coscienza. Era il 1986 quando, in risposta simbolica all’apertura di un fast food in Piazza di Spagna a Roma, Carlo (Carlin) Petrini lanciò una provocazione destinata a diventare rivoluzione culturale. Non contro qualcuno, ma a favore di qualcosa: il cibo “buono, pulito e giusto”.
Buono, pulito e giusto
Buono, perché deve avere sapore e qualità. Pulito, perché prodotto nel rispetto dell’ambiente. Giusto, perché chi lo coltiva o lo trasforma deve essere pagato in modo equo. Tre parole che in quattro decenni hanno fatto il giro del mondo, trasformando un’associazione piemontese in una rete internazionale presente in oltre 150 Paesi.
Un simbolo di ricchezza e diversità
Il nome Slow Food cominciò a circolare poco dopo: nel 1987 venne pubblicato il manifesto di Arci Gola intitolato Slow-Food, scritto da Folco Portinari. Nel 1989, all’Opéra Comique di Parigi, Petrini e compagni lanciavano un altro manifesto in cui si proclamava: «Contro l’appiattimento del Fast Food riscopriamo la ricchezza e gli aromi delle cucine locali». Il cuore pulsante resta l’Italia, e in particolare Bra, dove Slow Food ha la sua sede. Da lì sono nati progetti che hanno cambiato il modo di parlare di gastronomia: l’Arca del Gusto, che cataloga prodotti a rischio estinzione; i Presìdi, che sostengono piccole produzioni artigianali; e Terra Madre, l’incontro globale di contadini, allevatori, pescatori e cuochi che condividono saperi e sfide.
In questi quarant’anni il cibo è diventato argomento politico, ambientale, identitario. Slow Food lo aveva intuito prima di molti: mangiare è un atto agricolo e anche un atto civico. Significa scegliere stagionalità invece di fragole a dicembre, filiere corte invece di viaggi intercontinentali, biodiversità invece di omologazione.
Non è stata solo una battaglia romantica per nostalgici del sapore perduto. È stata – ed è – una proposta concreta per ripensare il sistema alimentare in tempi di crisi climatica e globalizzazione spinta. Oggi, mentre parole come sostenibilità e tracciabilità sono entrate nel lessico comune, il messaggio appare più attuale che mai.
Quarant’anni dopo, Slow Food continua a ricordarci che il futuro passa anche dal piatto. E che rallentare, a volte, non è un passo indietro, ma l’unico modo per andare davvero avanti.