La cucina italiana è stata riconosciuta Patrimonio Culturale Immateriale dell'Umanità dall'UNESCO lo scorso 10 dicembre, con una proclamazione annunciata che ha fatto brindare molti e sogghignare molti altri. Ma perché? Il riconoscimento va oltre il semplice cibo, rappresentando una cultura complessa di tradizioni, saperi, rituali sociali e identità nazionale tramandati di generazione in generazione, un "cibo degli affetti" che unisce famiglie e comunità, valorizzando prodotti locali e pratiche anti-spreco, e un forte legame transnazionale per gli italiani nel mondo, consolidando l'identità e l'eccellenza del Made in Italy. Questa in sintesi la motivazione. Già nel 2010 l’UNESCO aveva riconosciuto come Patrimonio dell’Umanità anche la Dieta Mediterranea e, successivamente, l’arte del pizzaiuolo napoletano nel 2017.

Dove vanno a finire le tradizioni regionali?
Tuttavia, proprio questo prestigio ha alimentato numerose polemiche, sia a livello nazionale sia internazionale. In Italia il dibattito è acceso su cosa debba essere tutelato davvero: una “cucina italiana” unitaria o le infinite tradizioni regionali? Molti critici sostengono che parlare di cucina italiana in senso assoluto sia una semplificazione, perché il vero valore risiede nella diversità locale, nei prodotti DOP e IGP e nelle ricette tramandate oralmente. Altri temono che l’etichetta UNESCO possa cristallizzare tradizioni che, per loro natura, sono sempre state in evoluzione. Altri ancora che la cucina italiana non esiste, che sia solo un’operazione di marketing.

Il rischio del cosiddetto "italian sounding"
Sul piano internazionale le polemiche diventano ancora più rumorose. L’“italian sounding”, cioè l’uso di nomi, colori e simboli italiani per vendere prodotti che di italiano hanno ben poco, è una delle battaglie più sentite. il sito britannico Good Food la scorsa estate ha pubblicato una ricetta di cacio e pepe che prevedeva burro e parmigiano. La reazione italiana si è fatta subito sentire. L’estate precedente Le Monde aveva invece riportato la notizia che la multinazionale Heinz aveva annunciato per il mercato britannico il lancio di spaghetti alla carbonara in lattina. E giù con altre polemiche.

Invidia o realtà?
Un’altra rilevante riguarda le politiche alimentari europee, come il Nutri-Score, accusato di penalizzare prodotti simbolo della tradizione italiana, dall’olio extravergine ai formaggi stagionati. Per molti, queste etichette non tengono conto del contesto culturale e del consumo moderato che caratterizza la Dieta Mediterranea. Senza contare la reazione del critico gastronomico britannico Giles Coren, che sulle pagine del Times, subito dopo l’ultimo riconoscimento ha attaccando frontalmente la reputazione della gastronomia italiana e parlato di “truffa”, sostenendo che l’UNESCO si sia fatta sedurre dal mito della cucina italiana, perché "in Italia il cibo è pessimo".
In definitiva, la cucina italiana come patrimonio UNESCO è al centro di un equilibrio delicato: da un lato la necessità di proteggere identità, qualità e storia; dall’altro l’esigenza di dialogare con un mondo globalizzato, dove il cibo viaggia, si trasforma e si reinventa. Le polemiche, se affrontate con intelligenza, possono diventare un’occasione per riflettere su cosa significhi davvero tutelare una tradizione senza trasformarla in un museo.